TEMPI DURI PER GLI AUTOMOBILISTI… E LE IMPRESE

Non si arresta la corsa del greggio, mentre la crisi in Libia non fa che peggiorare le cose

carburanti

Nel pieno della crisi libica, l’effetto di incertezza causato dalla rivoluzione popolare si fa sentire anche alle nostre latitudini, non già per le prevedibili conseguenze umanitarie, quanto per il più prosaico aumento del prezzo dei carburanti. “Quotidiano Energia”, ha pubblicato il 25 febbraio, una rilevazione dalla quale emerge che i listini di benzina e diesel del principale leader nazionale del settore, ENI, hanno guadagnato in poche ore 2 centesimi al litro; ben 4 se si considerano gli ultimi otto giorni di rilevazioni! La “Verde” sopra 1,5 Euro e gasolio che supera il costo alla pompa di 1,426 euro, sono traguardi che riportano i consumatori ai prezzi-limite del 2008, alla vigilia dell’ “ottobre nero” che diede ufficialmente l’avvio alla grande crisi economica globale. E protagonista dell’aumento non è solo il colosso energetico nazionale; anche altri marchi hanno ridefinito i loro prezzi con aggiustamenti verso l’altro. All’origine del problema c’è l’incertezza, da parte delle raffinerie circa gli approvvigionamenti futuri che ha scatenato la “corsa al rifornimento” dei derivati dalla raffinazione con conseguenze prevedibili: benzina che supera i 975 dollari/tonnellata (+ 11,50%) e diesel sopra i 960 (quasi 20 dollari in più) in pochi giorni.

E i rincari non si fermano qui, perché i consumatori pagano, alla pompa, anche le addizionali locali che comunque incidono, soprattutto nelle regioni del Sud. Una bella “tegola” per un Paese che pur “baciato dal sole”, fatica a sganciarsi dal consumo di fonti fossili tradizionali rimanendo agganciato allo fluttuazioni del petrolio. Pochi giorni prima della nota pubblicata sul “Quotidiano Energia”, la testata on-line www.e_gazette.it, il 21 febbraio, aveva pubblicato un articolo dal quale si evince che nell’ultimo anno “il costo pagato dal nostro Paese per approvvigionarsi di energia all’estero è stato di 51,7 miliardi (9,3 miliardi in più rispetto al 2009)”. E il peggio, a scorrere il pezzo, deve ancora venire, infatti l’Unione Petrolifera, ha stimato, per la “bolletta italiana” una crescita a 60,4 miliardi per il 2011. Dato che, se si realizzasse concretamente, sarebbe un picco assoluto, mai toccato prima d’ora. Dallo scorporo dei dati aggregati, l’UP si evidenzia che la sola voce “petrolio” ha registrato, nell’anno appena trascorso “un aumento di 6,5 miliardi di euro rispetto al 2009, portandosi a 27 miliardi, con un’impennata del 32% e un peso sul Pil dell’1,7%”. Pur in un quadro economico sfavorevole, caratterizzato dalla contrazione dei consumi, il notevole aumento è stato causato dall’impennata delle quotazioni del greggio. Ovviamente, anche per quest’anno la situazione non appare rosea, infatti, dalle proiezioni attuali, i petrolieri del Bel Paese stimano una fattura di spesa che si aggira tra i 31,3 e i 37,4 miliardi di euro. Un bel salasso, che a pagare, come sempre, sono i consumatori finali, sul piede di guerra già dall’inizio dell’anno, ben prima della crisi libica. Già il 17 febbraio, Federconsumatori, pubblicava sul suo Sito, un Comunicato nel quale si stigmatizzavano gli aumenti “per l’ennesima volta, del tutto ingiustificati” di carburanti per autotrazione. Sottolineando come la situazione testimonia evidenti discrasie nella determinazione dei prezzi alla pompa, Federconsumatori, scriveva che: “Questa insopportabile situazione non può più essere tollerata. A maggior ragione dal momento che continua a pesare fortemente sulle tasche degli automobilisti, con ricadute di 198 Euro annui, di cui 108 per costi diretti e 90 per costi indiretti”. Ma il dato che aggiunge la beffa al danno, secondo l’Associazione, è che “Il prezzo industriale della benzina in Italia (quindi escluse le tasse), infatti, ha aumentato il distacco dalla media europea. Se prima il differenziale divenuto quasi “strutturale” era di 3-4 cent al litro, oggi è quasi il doppio, pari a ben 7 cent al litro: in Italia il costo industriale ammonta a 66 cent al litro, in Europa a 59 cent al litro”. In Italia, quindi, paghiamo di più i carburanti rispetto alla media dei cittadini europei. “Troviamo insopportabile, oltre che inspiegabile questo differenziale – hanno dichiarato congiuntamente, Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, Presidenti di Federconsumatori e Adusbef. “È indispensabile, quindi, intervenire per abbattere questa intollerabile differenza, oltre che per accelerare gli interventi su questo settore tesi ad un abbattimento dei prezzi, superando l’inerzia del Ministro dello Sviluppo Economico. Chiediamo pertanto che si dia applicazione immediata ai punti convenuti nell’accordo con la filiera petrolifera: oltre all’annunciata Commissione sulla doppia velocità dei prezzi, che però ribadiamo dovrà avere carattere istituzionale, si dovranno avviare la razionalizzazione della rete e l’apertura alla vendita attraverso il canale della grande distribuzione, nonché il blocco settimanale degli aumenti”. Una polemica aperta contro i petrolieri italiani che, infatti, pochi giorni dopo hanno ribattuto a mezzo stampa, ricordando che nella rete dei self service (circa la metà degli impianti presenti sul territorio nazionale), “si possono trovare prezzi in linea, se non inferiori, a quelli europei”, come ha dichiarato Pasquale De Vita, Presidente UP. Ma tra il dire e il fare… si sa quel che c’è di mezzo. Puntuale, sempre il 17 febbraio, è arrivata la controreplica delle Associazioni dei consumatori. “Vorremmo precisare che la denuncia fatta dalle nostre due associazioni, relativamente al divario di 7 cent in più al litro, tra la media dei prezzi europei ed il prezzo al netto delle tasse della benzina in Italia – hanno dichiarato Trefiletti e Lannutti – è comprovata dai dati del Ministero dello Sviluppo Economico che li pubblicizza sul suo sito e che sono a disposizione di chiunque. Se fosse solo per noi e cioè esclusivamente da dati del nostro Osservatorio Nazionale (ONF) si potrebbe anche sostenere che addirittura tale divario aumenterebbe di almeno altri due centesimi, se calcolassimo anche il differenziale tra prezzi consigliati dalle Compagnie e quelli praticati dai Gestori e ciò pretenderebbe quindi una denuncia ancora più severa. Quello che rivendichiamo quindi è chiarezza ed una accelerazione della riforma del settore, peraltro già convenuta”.

Intanto, la Storia va avanti e da metà febbraio, in Libia, succede quel che succede sulla scia di quanto precedentemente avvenuto in Algeria, Egitto e, in maniera più soft, in Yemen. A questo punto, l’ENI, che partecipa al business del petrolio e del gas libico, comincia a prevedere possibili difficoltà tra la minaccia di bombardare i pozzi pronunciata dall’agguerrito raìs (per ora scongiurata dall’ammutinamento dei militari) e la più “tranquilla” certezza di una prudenziale sospensione del flusso di gas nei gasdotti sottomarini. E tali foschi scenari non fanno che aumentare l’ipotesi che i prezzi delle scorte aumenteranno con effetti a cascata sino alle pompe in crescendo di aumenti che graveranno sulle tasche di chi già fa i conti col poco che ha e stringe la cinghia in vista della fine del mese.

Già nel numero di dicembre del Notiziario Autodemolitori (“Benzina: prezzi record a dicembre, mai così cara dal 2008”, pagg. 23-24), avevamo dato spazio al problema (e ancora il Nord Africa non mostrava i segni dell’instabilità attuale), riportando che la dinamica del caro-pieno, aveva spinto, allora, il Ministero dello Sviluppo Economico a valutare la proposta di inserimento nel Decreto “Milleproroghe” di un “bonus fiscale” per soddisfare le richieste dei Gestori (per una cifra ammontante ai 20-25 milioni di euro); proposta che in seguito è stata cassata dall’esecutivo già a Natale per mancanza di adeguata copertura finanziaria. Tuttavia, la soluzione sbandierata e data per certa (e subito messa “fuori gioco”) a fine anno non sembra essere poi, così utile alle tasche dei cittadini e delle imprese, tant’è che v’è chi si è chiesto se in questo gioco a rimpallarsi le responsabilità economiche dei prezzi alla pompa fra petrolieri e gestori con il miraggio del bonus fiscale, non sia altro che un “contentino” eventualmente concesso dal Governo ai gestori, affinché quest’ultimi possano pagare meno tasse. Però, occorre considerare che la parte di tasse che questi eventualmente non pagherebbero, ricade comunque sulla collettività, in quanto il gettito fiscale annuo deve essere previsto a priori. Viene proprio in mente la frase del famoso comico partenopeo, Antonio de Curtis, in arte Totò: “… E io pago!”, declinata, però, al plurale.

Purtroppo, soluzioni a breve temine non se ne vedono, almeno finché le speculazioni internazionali sul prezzo del greggio, non si affrancheranno dal meccanismo perverso rappresentato dai prezzi dei carburanti già raffinati per consegne a distanza di tre mesi, quindi su una previsione di domanda affinché si possa vendere carburante ad un prezzo alto anche se il greggio scende nelle quotazioni. Nel frattempo i consumatori debbono destreggiarsi coi soliti mezzi: “viaggi della fortuna” in vista di un distributore conveniente, code nei week end per accaparrarsi l’ultimo litro alla pompa del supermercato; spedizioni alla scoperta della prima “pompa bianca” disponibile. Guai, peraltro, a chi si azzarda a fare il pieno sulla rete autostradale, dove il servizio 24 ore su 24 si sconta in termini di prezzi molto più elevati che in altre strade, in virtù della percentuale che si prende su ogni litro venduto la concessionaria autostradale e della gestione diretta da parte delle Case petrolifere.

Buon viaggio, dunque, e buon lavoro a tutti!


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