BIOCARBURANTI ALTERNATIVI CRESCONO

Alghe, cioccolato, whisky, ma anche urina e acque nere tra le soluzioni più studiate

tanica

L’uso dei biocarburanti per autotrazione è sempre più attenzionato dagli utenti, soprattutto nella fase congiunturale di ripresa del prezzo del greggio e all’aumentare di iniziative di limitazione del traffico. Infatti dall’utilizzo massiccio di tali combustibili non fossili potrebbe scaturire una soluzione (per quanto parziale) alla riduzione delle emissioni di gas-serra derivanti dall’attività antropica (se si considera che il trasporto incide per ben il 35%) per affrontare la questione del caro-petrolio. Il carburante biologico apporta anche una nuova spinta produttiva e occupazionale al settore agricolo nazionale creando una domanda per fini “energetici” dei prodotti agricoli (domanda che, tuttavia, dovrebbe essere affrontata con una attenzione primaria alle produzioni alimentari ed al consumo idrico derivante dalle colture più corteggiate per la produzione di biodiesel o bioetanolo). Inoltre, dal punto di vista ambientale, il biodiesel rispetto al gasolio, riduce le emissioni nette di ossido di carbonio del 50% circa e di biossido di carbonio del 70%, perché il carbonio emesso durante la sua combustione è quello che era già presente nell’atmosfera e che la pianta aveva fissato durante la sua crescita e non, come nel caso del gasolio, carbonio che era rimasto intrappolato in tempi remoti nella crosta terrestre. Praticamente non contiene idrocarburi aromatici e non ha emissioni di diossido di zolfo, dato che non contiene zolfo. Oltre alla soia, alla colza e al mais, molti altri prodotti saranno in futuro utilizzati come carburanti.

Alghe, urina, cioccolato e acqua sporca sono tra le soluzioni più studiate che permetterebbero anche di risolvere l’annosa critica ai biocarburanti, ovvero l’impatto della diffusione delle monocolture agro-energetiche sulla biodiversità e nei confronti delle altre produzioni alimentari. Diversi economisti e organizzazioni ambientaliste, infatti, sostengono che la produzione di biocarburanti possa influire negativamente sulla fame nel mondo, in quanto sottrae terreni fertili alla coltivazione di cereali, che costituiscono la base del nutrimento delle popolazioni dei paesi poveri, che basano la loro economia sul settore primario. Tra le varie soluzioni le alghe sono una delle maggiori novità, in quanto riescono produrre 30 volte più energia per ettaro rispetto al mais e alla soia. Si tratta di una tecnologia in grado di rispettare tutte le esigenze green del momento: basso impatto ecologico, sostenibilità ambientale, certificazione di compatibilità con gli attuali veicoli e infrastrutture distributive. Alcune realtà industriali hanno già iniziato la ricerca su questa nuova tecnologia, come la Solazyme, che in collaborazione con Chevron Corporation, sta pianificando di produrre e distribuire il biocarburante alle alghe da qui ai prossimi 3 anni. Le alghe per produrre biocarburanti possono essere in generale coltivate in stagni all’aria aperta o al chiuso in serre riscaldate, perché crescono senza luce del sole all’interno di vasche di fermentazione alimentate da zuccheri. In questo modo l’impatto sull’ecosistema è notevolmente ridotto e non ostacola in nessun modo la produzione di cibo per animali e uomini. Teoricamente si stima una resa possibile tra i 1.000 e i 20.000 litri di biocarburante per ettaro, in funzione naturalmente della specie di alga coltivata. Un altro biocarburante curioso e “goloso” è il cioccolato. Il giornalista inglese Andy Pag e l’appassionato di motori John Grimshaw nel 2007 hanno viaggiato a bordo di un mezzo di loro invenzione, dotato di un motore a biodiesel il cui carburante era a base di cioccolato. I due, partiti da Dorset, in Gran Bretagna, hanno attraversato Francia, Spagna, Marocco e Mauritania e dopo oltre 7.000 km, sono arrivati a Timbuktu in Mali. Secondo le stime dei due, grazie al carburante al cioccolato sono state risparmiate l’equivalente di ben 15 tonnellate di carbone. Gli scarti di cacao sono stati utilizzati come carburante anche da un’azienda inglese, specializzata in vetture da competizione in Formula 3, la cui ultima creazione è stata un’auto interamente realizzata con fibre vegetali, più che altro patate, ribattezzata potato-pack e interamente biodegradabile, infatti, anche i diversi componenti a bordo sono stati realizzati con materiale di riciclo, come il radiatore in vetro riciclato e il carburante al cacao. Dal cioccolato al whisky il passo è breve. Alcuni ricercatori dell’università scozzese Napier di Edimburgo hanno lavorato su un macchinario per produrre butanolo, che sarebbe un biocarburante particolarmente efficiente, infatti ha un rendimento medio superiore del 30% al comune etanolo che viene adesso aggiunto in piccole percentuali a molte benzine già sul mercato. Il tutto a partire dagli scarti della produzione di whisky. La distilleria Glenkinchie ha fornito il materiale di base, ovvero una specie di poltiglia ed un liquido prodotti durante la distillazione della nobile bevanda. I vantaggi di un simile prodotto sono numerosi, visto che si utilizzano scarti di lavorazione e non coltivazioni specifiche, risultando quindi ancora meno impattante sull’ambiente del bioetanolo. Inoltre, come per l’etanolo, la combustione del butanolo non genera sostanze inquinanti, e non contribuisce all’aumento di anidride carbonica in atmosfera. In realtà, però, i biocarburanti non sono sempre così gustosi. Una soluzione alquanto sgradevole viene da mattatoi e macelli, infatti, molti Paesi producono biodiesel con gli scarti del grasso animale. In Australia stanno emergendo numerosi progetti che puntano a riciclare il grasso animale non adatto al consumo umano e in Louisiana, negli Stati Uniti, è attiva un’azienda di allevamento di pollame che produce ben 2.500 barili al giorno di biodiesel riciclando il grasso dei polli. Un altro modo, altrettanto disgustoso, per produrre biocarburante deriva dalle fogne cittadine. Nelle acque nere scorrono composti organici carichi di sostanze utili come la cellulosa, sostanza alla base della vita vegetale alla quale si attaccano batteri particolari. I Microbi Q fanno fermentare le acque nere, dando origine all’etanolo cellulosico, che così si trasforma in un propellente vegetale a tutti gli effetti. Le rese per ogni tonnellata di questa sostanza risultano piuttosto elevate, tanto che un’azienda israeliana, che si occupa di gestione di fogne, starebbe avviando la messa in opera del progetto. Anche in Nord Europa cominciano a lavorare per ricavare biometanolo dall’acqua putrida delle fogne. Oslo, la città che punta ad essere la capitale più sostenibile al mondo, ha adattato i suoi mezzi pubblici per poterli alimentare con biocarburante ricavato dagli impianti di trattamento delle acque nere cittadine. Il biocarburante viene prodotto attraverso la digestione anaerobica, un processo a quattro fasi che usa dei microrganismi per processare rifiuti umani, avanzi di cibo, erba tagliata dei prati e avanzi dei mattatoi, il cui metano ricavato veniva finora bruciato, rilasciando in atmosfera circa 17.000 tonnellate di CO2. Con questo progetto innovativo Oslo sta risolvendo il problema delle emissioni di CO2 per contribuire all’ambizioso piano nazionale di arrivare a emissioni zero entro il 2050. Continuando la classifica dei biocarburanti più disgustosi, al primo posto troviamo i veicoli con tecnologia Selective Catalyst Reduction (SCR), alimentate da una miscela a base di urina che, iniettata nel catalizzatore, abbatte in modo drastico le emissioni inquinanti. L’additivo non è propriamente urina animale, ma il prodotto ottenuto per sintesi da vari gas naturali che ha caratteristiche molto simili. La miscela sarà inserita in un serbatoio a parte e, una volta che il motore entra in funzione, verrà iniettata direttamente all’interno del catalizzatore. Entrando quindi in contatto con l’NOx e dalla loro combinazione verrà prodotto azoto inerte e acqua. Per abbattere le emissioni inquinanti dell’auto sarà necessario avere questo secondo serbatoio sempre pieno, altrimenti la miscela non agirà sugli ossidi di azoto prodotti nel serbatoio del diesel. Si tratta di una tecnologia impiegata in alcuni modelli di due note case automobilistiche tedesche e sembra che già anche altre vogliano adottarla. Sebbene l’utilizzo di questi nuovi carburanti sembra ancora lontano, si tratta di una prospettiva concreta che il mercato sta valutando per il futuro. Da anni stiamo aspettando biocarburanti alternativi che possano essere prodotti in filiera corta da prodotti di scarto e non da coltivazioni che impegnano terreno. Con l’uso di biocarburanti alternativi sarà possibile salvaguardare ecosistemi particolarmente fragili, come foreste e torbiere, senza che piantagioni industriali si estendano su terreni agricoli destinati alla produzione alimentare.


Condividi con:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *