NUOVI ACCORDI PER IL PROTOCOLLO DI GÖTEBORG

Inserito per la prima volta tra gli inquinanti atmosferici da monitorare anche il black carbon.

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Secondo il Rapporto World Energy Outlook dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), nel 2011 la produzione mondiale di gas serra è aumentata del 3,2% rispetto all’anno precedente e, in particolare, la produzione annua di gas serra ammonta a 31,6 miliardi di tonnellate. Il contributo maggiore all’aumento globale delle emissioni dipende dalla Cina, che da sola ha visto crescere i gas serra di 720 milioni di tonnellate a causa dell’aumentato uso di carbone. La Repubblica Popolare Cinese si è impegnata particolarmente nella direzione dell’efficienza energetica e della promozione delle rinnovabili e senza tale impegno, le emissioni di CO2 della Cina nel 2011 sarebbero state più alte di circa 1,5 miliardi di tonnellate.
Imponente anche il ruolo dell’India, le cui emissioni aumentate dell’8.7%, hanno portato il Paese al quarto posto come produzione di gas serra, dopo Cina, Usa ed Unione Europea. Nonostante i numeri, però, le emissioni a livello pro capite di Cina e India sono ancora molto inferiori rispetto ai Paesi Ocse: un cinese emette il 63% dei gas serra di un abitante di un Paese occidentale, mentre un indiano solo il 15%.

Al contrario delle economie emergenti, che hanno visto una crescita delle emissioni, nei Paesi occidentali si è assistiti ad un piccolo calo della produzione di CO2: – 1,9% nell’Unione Europea e -1,7% negli Stati Uniti. Le cause vanno ricercate, non tanto nell’accresciuta attenzione verso l’inquinamento atmosferico e i suoi effetti sul Global Warming e sulla salute delle persone, macché, semma nella recessione economica e nel rallentamento della produzione industriale. Negli USA un forte contributo alla riduzione delle emissioni è stato dato anche dalle temperature miti dell’inverno americano e dal calo del consumo di petrolio nel settore dei trasporti e dell’uso del carbone per la produzione di elettricità. In questo scenario viene aggiornato il Protocollo di Göteborg. Entrato in vigore il 30 novembre 1999, l’accordo, relativo alla riduzione dell’acidificazione, dell’eutrofizzazione e dell’ozono troposferico, regola i limiti d’emissione per l’inquinamento atmosferico transfrontaliero in Europa, Stati Uniti e Canada, stabilendo standard nazionali per quattro elementi inquinanti: zolfo, ossidi di azoto (NOX), composti organici volatili (COV) e ammoniaca.
Il Protocollo è stato aggiornato a Ginevra tra il 30 aprile e il 4 maggio 2012 in occasione della trentesima sessione della Convenzione LRTAP (Long-range Transboundary Air Pollution). I nuovi obiettivi del trattato vedranno a partire dal 2020, quando il Trattato sarà pienamente attuato, rispetto ai livelli del 2005, una riduzione delle emissioni UE del:
• circa il 60% per lo zolfo,
• 40% per gli ossidi di azoto (NOx),
• 30% dei composti organici volatili (Cov),
• 6% per l’ammoniaca,
• 20% per il particolato.

Il protocollo, che coinvolge Unione Europea, Stati Uniti, Norvegia, Svizzera e altri Paesi aderenti all’United Nations Economic Commission for Europe (UNECE), in particolare Russia, Canada, Ucraina e Georgia, stabilisce anche dei valori limite per fonti di emissioni specifiche, quali gli impianti di combustione, di produzione di elettricità, le lavanderie a secco, le auto e i camion.
Queste limitazioni sono state negoziate sulla base di valutazioni scientifiche degli effetti dell’inquinamento e sulle opzioni di abbattimento, senza trascurare l’impatto economico delle maggiori restrizioni.
Tra le novità più significative del trattato troviamo l’inserimento di vincoli emissivi per le polveri sottili (PM2,5) e il black carbon, il pigmento, prodotto dalla combustione incompleta di prodotti petroliferi pesanti quali, catrame di carbon fossile, catrame ottenuto dal cracking dell’etilene, o da grassi ed oli vegetali.
“Si tratta di un significativo passo in avanti nella tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente – ha dichiarato il Commissario Europeo per l’Ambiente, Janez PotočnickPer la prima volta, abbiamo un accordo internazionale che riconosce il nesso tra inquinamento atmosferico e cambiamento climatico. Accettando di regolare anche il ‘Carbon Black’, vedremo effetti positivi sia a livello locale che internazionale”. Anche il Ministro danese dell’Ambiente e Rappresentante della presidenza di turno dell’Ue, Auken Ida, ha accolto con soddisfazione l’aggiornamento del Trattato di Göteborg.
“Questo è davvero un passo importante per ridurre l’inquinamento atmosferico in Europa. – ha spiegato Auken IdaSiamo riusciti ad far accettare di ridurre ulteriormente le emissioni nell’Ue e in Nord America, e abbiamo aperto la strada per un’ulteriore riduzione delle emissioni da parte dei nostri Paesi vicini dell’Est. Nuovi accordi multilaterali ambientali sono ormai abbastanza rari, quindi abbiamo buone ragioni per essere soddisfatti del risultato dei negoziati”.
Il black carbon è utilizzato come pigmento per il rinforzamento della gomma e dei prodotti plastici, infatti, circa il 70% è destinato all’industria della gomma e in particolare al settore automobilistico. Il black carbon negli pneumatici contribuisce a diversi fattori, come la conduzione del calore del battistrada sull’intera area della cintura dello pneumatico, riducendo il danno termico ed aumentandone la durata. Inoltre si utilizza per tutti i prodotti in gomma, dove le proprietà di usura alla trazione, frizione e all’abrasione sono cruciali. 
Sebbene il black carbon non sia il principale componente tossico del particolato fine, riducendo l’esposizione al particolato contenente black carbon, si dovrebbero ridurre non solo i suoi effetti sulla salute, ma si contribuirebbe alla mitigazione dei cambiamenti climatici. L’inserimento del monitoraggio del black carbon tra gli inquinanti atmosferici, in virtù delle sue caratteristiche di climalterante. rappresenta un notevole passo avanti, soprattutto sulla base di recenti studi internazionali.
Il clima, infatti, subisce conseguenze disastrose, poiché, dopo una breve permanenza in atmosfera, le particelle di black carbon precipitano al suolo trasferendogli il calore che hanno assorbito, accelerando in tal modo il processo di scioglimento dei ghiacciai nelle zone polari e nelle aree montuose.
L’attenzione è alta, anche perché l’esposizione a breve termine ad alte concentrazioni di black carbon può causare problemi notevoli alla salute umana, infatti numerosi studi confermano l’associazione fra l’insorgere di patologie cardiopolmonari e mortalità con l’esposizione al black carbon. Nel 1952 a Londra si contarono oltre 4.000 morti premature e più di 100.000 persone soffrirono di disturbi respiratori per il Great Smoke, un’incredibile cappa di smog, che avvolse la città per quasi una settimana, causata dal riscaldamento a carbone, il cui effetto devastante fu intensificato dalle temperature particolarmente rigide, dall’assenza di vento e dall’alta pressione di quei giorni.
Da quel momento in poi il black carbon cominciò ad essere riconosciuto come una componente di grande rilievo dell’inquinamento atmosferico. Inserito nel Gruppo 2B della Lista delle sostanze cancerogene dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), il black carbon può operare come un vettore universale per un’ampia varietà di agenti chimici a diversa tossicità per il corpo, causando disagio al tratto respiratorio superiore, attraverso irritazione meccanica.
La World Health Organization ha presentato di recente i risultati di una rassegna sistematica delle evidenze epidemiologiche, presenti in letteratura, degli effetti sulla salute del black carbon misurabile in aria ambiente.
Recentemente lo stesso Comune di Milano ha dato il via al monitoraggio del black carbon all’interno dell’Area C, in quanto risulta un ottimo indicatore di prossimità.
L’allarme era stato lanciato già l’anno scorso con la presentazione del rapporto “Integrated Assessment of Black Carbon and Tropospheric Ozone”, ai Climate Change Talks dell’Unfccc a Bonn, dove si sottolineava l’importanza di un’azione veloce su inquinanti come il black carbon per limitare l’aumento della temperatura globale e aumentare sensibilmente le probabilità di mantenere l’aumento della temperatura al di sotto di 2°C. Il rapporto proponeva interventi realizzabili facilmente con le tecnologie già esistenti, come filtri antiparticolato diesel per i veicoli nel quadro di norme combinate sulle emissioni dei veicoli e dei carburanti; sostituzione di stufe a legna nei Paesi sviluppati con stufe a pellet e caldaie che utilizzano combustibile da legno riciclato e segatura; stufe a biomassa pulita a legna per la cucina e il riscaldamento nei Paesi in via di sviluppo; divieto di bruciare all’aria aperta i rifiuti agricoli e sostituzione delle fabbriche di mattoni tradizionali e dei forni Hoffman. Il guadagno comune nel limitare i cambiamenti climatici e migliorare la qualità dell’aria è evidente ed i modi per raggiungerlo sono diventate molto più chiari negli ultimi anni, ma solo il tempo ci dirà se le misure prese sono davvero sufficienti a combattere il degrado ambientale che caratterizza la nostra epoca.

 

 

 

 

 

 

 


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