Auto elettriche: il divario tra Europa e Cina potrebbe essere colmato nel 2030
Secondo i dati di un recente studio di Transport & Environment: l’Europa è ancora in pista nel confronto con il colosso cinese sulle auto elettriche, ma serve maggiore accelerare sugli obiettivi e non indebolire la regolamentazione.

Il confronto tra l’Europa e il dragone cinese nella contesa per il primato sulle auto elettriche può, ancora, essere vinto dalla prima, ma occorre accelerare sugli obiettivi prefissati e non alzare “bandiera bianca”.
Lo affermano dal Transport & Environment, principale organizzazione indipendente europea per la decarbonizzazione dei trasporti che ha recentemente pubblicato la terza edizione dello studio: “State of European Transport” che rimarca come l’Europa, possa avere ancora in mano buone carte da giocare nella tripla partita fra competizione globale, mantenimento della leadership nelle tecnologie pulite per i trasporti e obiettivi climatici.
La situazione è sotto gli occhi di tutti: da tempo l’industria automobilistica europea e il mercato auto in Europa sono in affanno.
Diminuisce la domanda e nonostante la crescente attenzione dei consumatori verso i nuovi veicoli a zero emissioni, i numeri del mercato sono molto distanti a quelli precedenti la crisi pandemica degli anni 2020-2021 che hanno innescato una spirale negativa per tutto l’automotive.
Carenza nelle forniture strategiche, semiconduttori in primis, ma anche ricambistica; aumento dei costi di listino e minor disponibilità economica da parte degli acquirenti finali, hanno creato un mix estremamente negativo cui si sono sommati gli effetti della perdurante instabilità geopolitica mondiale, nonché le recenti preoccupazioni verso la disponibilità dei principali vettori energetici – petrolio e gas – e l’aumento conseguente dei prezzi di carburanti ed energia.
Eppure, lo scorso anno, 8 milioni di auto elettriche hanno fatto risparmiare all’Europa 46 milioni di barili di petrolio; non sono bruscolini, tanto più se si considera la situazione attuale, tuttavia, secondo T&E, pesano ancora i “tre anni di ritardo” dell’elettrico nei confronti col principale competitor globale: la Cina.
Le cause, secondo la ONG, vanno ricercate nel differente approccio regolatorio che ha pesato sullo sviluppo del mercato avvantaggiando il colosso asiatico che, ancora nel 2020, aveva la stessa quota di mercato dell’Ue nella vendita degli EV.
Infatti, spiegano da T&E: “In Europa, dopo l’accelerazione legata al target di riduzione delle emissioni di CO₂ 2020–2021, la normativa ha smesso di stimolare i produttori automobilistici e ha permesso alla Cina di guadagnare terreno”.
Tuttavia, oggi, grazie agli obiettivi sulle emissioni di CO₂ dalle nuove auto previsti per lo scorso anno, le auto elettriche a batteria hanno avuto un nuovo stimolo che ha consentito di ridurre il gap temporale con la Cina di soli tre anni, appunto.
Se, tuttavia, saranno mantenuti i target climatici oggi in vigore in Ue, il ritardo potrà essere colmato da qui al 2030; senza contare che con sette auto elettriche ogni dieci vendute in Europa già prodotte sul territorio Ue, si potrà conseguire una transizione più rapida e garantire, al contempo, una maggiore e auspicata competitività dell’industria automobilistica europea e una sempre maggior indipendenza rispetto alle forniture estere di petrolio.
“I veicoli elettrici rappresentano la leva più strategica per porre fine alla dipendenza europea dal petrolio importato – ha dichiarato William Todts, Direttore esecutivo di T&E.
“La narrativa secondo cui saremmo troppo indietro rispetto alla Cina e dovremmo, per competere, indebolire la regolamentazione sulle emissioni di CO₂ delle auto è profondamente errata. La regolamentazione non è il problema: è ciò che mantiene l’Europa nella competizione globale sull’elettrico.
Sul fronte delle emissioni di CO2 il rapporto di T&E evidenzia che la riduzione imputabile ai trasporti su è stabilizzata nel tempo, tuttavia, permane una disparità fra quei Paesi che, avendo conseguito elevate vendite di EV come Danimarca e Paesi Bassi, hanno registrato forti cali da inquinamento da CO2 da veicoli; e Paesi come la Spagna dove, in presenza di un mercato dove la domanda di auto elettriche è ancora tropo bassa, si assiste, viceversa, ad un aumento delle emissioni.
Non solo, una diffusione lenta e variamente differenziata di EV, non fa che procrastinare nel tempo la dipendenza europea dal petrolio e dai combustibili fossili.
Un capitolo a parte dello studio di T&E riguarda il tema della produzione domestica, molto strategica, delle batterie elettriche per autotrazione.
Se, rimarcano dall’Associazione, le aziende cinesi producono il 60% delle auto elettriche vendute a livello globale con una produzione locale di batterie venti volte più alta di quella europea, va detto che l’industria Ue si sta trasformando nell’ottica di un ampliamento a cui devono necessariamente corrispondere politiche e finanziamenti adeguati che dovrebbero stimolare e liberare il potenziale locale del settore, anche dal punto di vista occupazionale.
“Il Green Deal europeo è la tabella di marcia verso l’economia delle tecnologie pulite del futuro e il modello per rafforzare la sicurezza europea riducendo la dipendenza dalle importazioni di petrolio”, ha dichiarato Tods nel sottolineare come lo studio di T&E invia un messaggio inequivocabile ai decisori politici e agli stakeholders europei.
“Eppure – ha proseguito lanciando un monito – è sotto attacco da parte dell’industria automobilistica europea, più concentrata sui profitti a breve termine che sulla sicurezza e sulla sostenibilità di lungo periodo. L’UE deve resistere alle pressioni per indebolire ulteriormente la regolamentazione”.








